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L'archeologia nuragica e medievale

Archeologia Nuragica
Il territorio di Orani presenta numerose testimonianze della frequentazione umana riferibili ad epoche antichissime. Dalle ricerche effettuate non risultano tracce di insediamenti di età Paleolitica e dell'antico e medio Neolitico, mentre sembra accertata la presenza dell'uomo nel territorio a partire dal Neolitico Recente, cioè dal IV al III millennio a.C., testimoniato dalla presenza di domus de janas, dolmen e menhir.
Le notizie bibliografiche, per quanto concerne il periodo preistorico e nuragico sui monumenti di Orani, sono molto scarse, mentre sono più ampie per quanto riguarda il periodo medioevale, visto che a Orani appartenevano i territori di Dore, di cui ne era capoluogo, e vi facevano parte anche Sarule, Oniferi, Orotelli e Ottana.
Il neolitico recente in Sardegna viene contraddistinto con la cultura di San Michele o di Ozieri e comprende il periodo tra il 3500 e il 2900 a.C. dove la tipologia tombale più diffusa è la grotticella artificiale. Le testimonianze di tale cultura nel territorio di Orani sono date dalle numerose domus de janas, strutture sepolcrali, scavate in massi erratici e in complessi di roccia granitica e trachitica. Si trovano delle domus prevalentemente isolate o costituite da piccoli gruppi di due o tre ipogei, solitamente mono o bicellulari come a Orogulo e Costa Ospile, mentre a Sas Fossas si è riscontrata la presenza di otto domus de janas quasi tutte monocellulari. Due grotticelle poco distanti l'una dall'altra si trovano nel sito di Punta sa Femina, in località Bortaleo sono presenti tre ipogei, di cui una tomba ipogeico-megalitica, realizzata da una camera ipogeica con l'aggiunta di un corridoio megalitico, ed infine altre cinque domus costituiscono la necropoli di Badde Roma. Un caso eccezionale è rappresentato dalla splendida necropoli di Sas Concas a Nurdole realizzata da ben 15 domus de janas, scavate in una parete di roccia trachitica, che presentano anche ipogei pluricellulari.
Nell'ultimo periodo del Neolitico recente compaiono nuove modalità di sepoltura di influenza megalitica occidentale, i menhirs e i dolmen.
I menhirs o perdas fittas come sono noti in Sardegna, sono dei rozzi monoliti in granito, ma anche in trachite e basalto, infissi sul terreno.
Nel territorio di Orani si trovano quattro menhirs tutti in granito, uno di questi , attualmente adagiato sul terreno in località Buscuddui, è di eccezionali dimensioni, ha un'altezza di 6 metri e presenta una forma trapezoidale con due coppelle circolari sulla superficie. Un altro in località Postu , ha un'altezza di 1,97 metri, si presenta leggermente smussato al vertice con diversi elementi di frattura alla base, e non presenta alcun elemento simbolico. Particolate interesse ha il menhir situato in località Sos Venales, caratterizzato da elementi decorativi nella superficie, interamente adornata da piccole fossette disposte intorno a coppelle centrali.
Il dolmen, che significa ''tavola di pietra'', è costituito da una lastra messa di piatto poggiata su tre o più ortostati che racchiudono il vano funerario.
Nel territorio di Orani la presenza di dolmen è piuttosto scarsa, infatti sono solamente due quelli finora conosciuti, tra l'altro in cattive condizioni a causa di manomissioni e di utilizzi anche recenti.
Il primo di questi si trova in località Punta sa Vemina, nel confine tra Orani e Mamoiada; realizzato in granito, ha una forma trapezoidale delimitata da quattro ortostati, di cui tre reggono il lastrone rettangolare di copertura. Il secondo sito in località Santoreddu, nelle vicinanze del centro abitato, è di dimensioni più piccole rispetto al primo, ma di questo rimangono solamente due ortostati parzialmente interrati e la lastra di copertura ora disposta obliquamente.

A partire dal 1600 a.C., in Sardegna inizia ad affermarsi una nuova cultura, quella nuragica, che si estende sino al 700 a.C. circa e i resti archeologici più consistenti del nostro territorio risalgono proprio a questo periodo. Attraverso gli studi e le ricerche effettuate si riconoscono 36 monumenti di varia tipologia. La fase più antica di questa civiltà è rappresentata dai resti di due nuraghi a corridoio o protonuraghi, Costarvine e Dorgodori che anche se in gran parte distrutti conservano la forma allungata che permettono di riconoscerne la tipologia. Purtroppo a causa delle pessime condizioni in cui versano la maggior parte di questi monumenti risulta difficile individuarne l'impianto originario e ci si deve basare su delle semplici ipotesi. Anche i nuraghi di Oddocaccaru, S'Arrandau, Chercu Iscuricosu e Pettenes, benché ricoperti di crolli, sembrano appartenere a questa categoria. Un'altra tipologia sono i nuraghi a tholos, dalla forma tronco -conica, sono realizzati con file orizzontali di pietre che vanno progressivamente restringendosi verso l'alto fino alla chiusura con un solo lastrone posato sull'ultimo filare. Dei numerosi nuraghi a tholos che sorgevano nel territorio rimangono tracce di una ventina di essi, alcuni sono stati distrutti dalla demolizione dell'uomo nel corso degli anni. I nuraghi di Goraè, Ludriscas, Passarinos e Soriches conservano solo alcuni filari del paramento murario, mentre dei nuraghi di Sa Monza, Baraule, Monte Funtaneddas, Usurtala, Juanne Canu, Sa Triccia, Losore e Istellai, ricordati dalle fonti, non restano più tracce. L'unico che si conserva integro è il nuraghe Athethu che si presenta in buone condizioni e con ancora intatta la tholos e gli ambienti interni, mentre, il nuraghe Passarinos conserva una torre centrale con l'ingresso parzialmente conservato e l'architrave rettangolare poggia su due blocchi di pietra trachitica. Non mancano inoltre i nuraghi di tipo complesso come quelli di Urrana e di Monte Nule, ma il loro cattivo stato di conservazione non rende attendibile una ricostruzione planimetrica fatta sulla base delle scarse strutture rimaste. Gli unici dati certi sono quelli relativi agli scavi effettuati nel complesso di Nurdole che sorge su un'altura a 700 m s.l.m e risulta essere il più imponente. Costituito da una torre centrale incluso in un bastione con quattro torri ad addizione concentrica, è costruito nei filari di base con blocchi di granito di grandi dimensioni, mentre nelle parti più alte sono state impiegate pietre piccole disposte a filari irregolari.
Nelle vicinanze di un nuraghe, spesso, si trova un villaggio costituito da capanne, solitamente circolari ma a volte con delle strutture rettilinee addossate le une alle altre. Nel territorio di Orani si individuano tracce di strutture abitative presso i nuraghi Athethu, Monte Nule, Orgomonte, Urrana e Nurdole. Le poche tracce rimaste non consentono però di definire l'estensione delle aree abitative, si evidenziano capanne per lo più circolari nella maggior parte dei siti, tranne nel nuraghe di Urrana dove si rileva una capanna rettangolare. Altri elementi di insediamenti importanti sono stati rinvenuti anche in altri siti, Costa Ospile, Postu e Losore dove però non rimangono tracce dei nuraghi esistenti. Anche in località Sas Coronas de Dore, dove anticamente sorgeva un villaggio autonomo e privo di nuraghe, è stata rilevata una capanna delle riunioni di forma perfettamente circolare che presenta al centro un basamento costituito da ben otto conci sagomati e inclinati verso una piccola cavità.
Spesso nelle vicinanze del nuraghe si trova il sepolcro della comunità, le così dette tombe di giganti, tombe di tipo collettivo, poiché ospitavano sepolture secondarie e potevano contenere fino a 200 scheletri. Composte di una camera rettangolare, costruita con lastroni infissi nel terreno, preceduta da un'esedra semicircolare dove spesso sono ricavati dei sedili che delimitano lo spazio adibito alle cerimonie funerarie. Al centro dell'esedra si trova una stele monumentale, di solito monolitica e centinata, che può raggiungere anche 4m di altezza, con alla base un piccolo portello che introduce alla camera funeraria. Le tombe rinvenute nel nostro territorio conservano solo il corridoio funerario, privo dei lastroni di copertura a causa di lavori agricoli o atti vandalici. Solo la tomba di giganti di Istelenneru conserva parte dell'esedra, costituita da due file di conci paralleli, e il corridoio lungo circa 15m ricoperto dalla vegetazione. Altre tombe, in pessimo stato d conservazione, sono state individuate nei siti di Su Frusciu, Oddocaccaro, Sos Settiles, Sa Turre e Goraè.
Durante le ricerche sono state individuate anche alcune fonti sacre, dedicate alle divinità delle acque, come quelle di Su Frusciu, Santoru e Nurdole. Mentre le prime due conservano in discrete condizioni solo alcuni elementi, la terza, situata all'interno del cortile, è costituita da un basamento circolare di trachite dal quale si diparte una canaletta che, attraversando la cortina muraria del nuraghe, si collega ad un ampia vasca rettangolare perfettamente lastricata. Un'ultima fonte, quella di Sos Malavidos a San Francesco, è andata invece distrutta con la dinamite nel corso delle ricerche minerarie. Da: ORANI ARCHEOLOGIA E TERRITORIO di CHIARA CHISU.

Torre Aragonese Torre Aragonese

Archeologia medievale


Campusantu vetzu L'antica parrocchiale di Sant'Andrea risale ai primi anni del Cinquecento (la torre campanaria fu costruita alla fine del XVI secolo). Dalla relazione della visita pastorale del vescovo di Alghero, Diocesi alla quale apparteneva Orani, compiuta nel 1539, risulta che i lavori di costruzione erano ancora in corso d'opera, mentre 1543 la chiesa veniva descritta di grande bellezza poiché presentava numerose cappelle ospitanti retabli, altari e fastosi arredi liturgici. Secondo i documenti consultati, agli inizi dell'Ottocento la chiesa stava andando in rovina tanto che nel 1816, constatata la pericolosità dell'edificio, si decise di demolirne la copertura e gli uffizi ecclesiastici furono trasferiti in altre chiese del paese in attesa della costruzione della nuova parrocchia. Le rovine della chiesa di Sant'Andrea, comunque, non smisero di essere utili e il perimetro murario venne utilizzato come cimitero. Tale funzione fu mantenuta fino ai primi del Novecento. Da questo uso deriva il nome Campusantu Vetzu, cimitero vecchio, con cui è conosciuto l'edificio. Lo stato di rovina del rudere, rende ardua anche la ricostruzione dell'iconografia dell'edificio, che probabilmente doveva inscriversi entro un modulo quadrangolare, cosa che confermerebbe l'ipotesi di una pianta a croce greca coerente con la dedica a Sant'Andrea. Rimangono tracce di cappelle laterali, alcune voltate a botte, altre, come quelle che affiancano il vano presbiteriale, voltate a crociera. Si legge meglio la facciata. Originariamente aveva terminale a capanna ma in un momento successivo gli spioventi vennero tamponati per ottenere un coronamento piano con cornicione aggettante e merlature. Meglio conservata è la torre campanaria, in conci di trachite accuratamente tagliata e a canna quadra con la parte inferiore rinforzata da paraste d'angolo con spigolo interno obliquo. I vari livelli sono segnati da esili cornici aggettanti, mentre la cella campanaria presenta slanciate monofore archiacute e cornici superiori impostate su archetti pensili. La torre è conclusa da una cuspide gattonata. Nuraghe Nurdole Nuraghe Nurdole


Ruderi di San Sebastiano Sita sull'antica strada campestre che dalle pendici del monte Gonare portava verso Nuoro, è posta in un punto molto panoramico. Oggi resta solo un rudere, probabilmente i lavori di costruzione non furono mai terminati. E' rimasta nella tradizione popolare la voce di una maledizione che avrebbe colpito varie persone legate alla costruzione dell'edificio. Viene menzionata in un atto notarile del 1707 relativo ad un testamento. Nel 1741 un falegname dispone che gli eredi diano uno scudo per i lavori di ristrutturazione della chiesa. Nel 1746 la vedova Detori Cavada dichiara di essere legittima erede della chiesetta, che però non è stata mai citata nelle visite pastorali. La datazione al XVI secolo proposta nel libro sulle chiese campestri del nuorese sembra troppo avanzata, ma non si può escludere a priori vista l'analogia con Campusantu vetzu.
L'edificio così come lo vediamo oggi è fabbricato con conci non perfettamente squadrati e di diversa pezzatura, presenta una navata spartita in tre campate da pilastri addossati. Soltanto la più vicina al presbiterio conserva ancora l'arco trasversale e la volta litica leggermente ogivale.
Nelle prime due, invece, rimangono i primi filari delle volte ormai crollate. L'abside quadrangolare è voltata a crociera e ospita una nicchia, mentre la facciata ha terminale piatto e oculo in asse con il portale. Tra i contrafforti dei fianchi sono stati aperti grandi archi semicircolari, forse in previsione di cappelle laterali mai realizzate, e due portali di accesso alla seconda campata. I contrafforti absidali sono obliqui per reggere la spinta della crociera.

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